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ARTICOLO Marco Mazzetti: Un sistema motivazionale per l'Analisi Transazionale

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di Marco Mazzetti

L'Associazione I.T.A.C.A riporta qui l’articolo di Marco Mazzetti (2013) “Un sistema motivazionale per l'Analisi Transazionale”, pubblicato nel Quaderno delle Giornate di studio di Lavarone 2012 (pag 38-46).



UN SISTEMA MOTIVAZIONALE

PER L’ANALISI TRANSAZIONALE

 

Marco Mazzetti

 

 

Riassunto

L’articolo propone una sistematizzazione del concetto di motivazione in Analisi Transazionale, integrando in un modello unico le fami di Berne, il bisogno di auto-identificazione che porta alla strutturazione del copione, e i motivatori descritti da Fanita English come impulsi alla sopravvivenza, alla creatività e al riposo.

 

Abstract

The article offers a systematic model to describe the concept of Motivation in Transactional Analysis, integrating Berne’s hungers, the need for self-identification that brings to the establishing of the script, and Fanita English’s Motivators, described as the three drives for survival, creative passion, and transcendence.


La Motivazione in Analisi Transazionale

Uno degli aspetti a mio parere più innovativi dell’Analisi Transazionale, fin dalle sue origini, è stato l’aver proposto un sistema motivazionale integralmente nuovo. Eric Berne si sentiva probabilmente stretto nel tradizionale modello motivazionale psicoanalitico (libido e mortido) in cui si era formato, se già nel suo primo libro suggeriva di ipotizzare, accanto a queste due pulsioni, una terza forza, che chiamò Physis (Berne, 1947).

Nel 1961 pubblicò l’idea che i comportamenti umani siano stimolati anzitutto dal bisogno di contatto e di riconoscimento, nel suo primo volume dedicato all’Analisi Transazionale (Berne, 1961), principio che sviluppò ulteriormente nel 1970, descrivendo le cosiddette “fami” (di stimolo, di contatto, di riconoscimento, di attività sessuale, di strutturazione del tempo e di incidenti: Berne, 1970). Berne diceva che le prime quattro “fami” sono tra loro connesse, nel senso che la soddisfazione di ognuna soddisfa anche le precedenti: in altre parole la soddisfazione della fame di attività sessuale soddisfa anche quelle di riconoscimento, di contatto e di stimolo. La successiva fame di strutturazione del tempo appare essere qualitativamente differente, benché strettamente intrecciata alle precedenti, mentre l’ultima, di incidenti, non si configura come una spinta fisiologica, ma come una risposta distorta, potremmo dire patologica, dei bisogni sottesi alle altre “fami”. Attorno a questi concetti, si è sviluppata molta teoria e pratica AT, benché la questione centrale non sia stata molto approfondita nei suoi aspetti teorici.

Fanita English, in un suo articolo del 1992, parla di tre pulsioni (di sopravvivenza, di creatività e di riposo) e le considera ulteriori modalità di strutturazione del tempo, benché abbiano una valenza assai più basilare nella vita degli esseri umani. Ne dà una formulazione più accurata e completa in un suo successivo articolo del 2008, in cui chiama le tre pulsioni “motivatori”, e le battezza con i nomi pseudo-mitologici di Survia, Passia e Transcia.

In queste pagine desidero proporre una sistematizzazione teorica delle motivazioni in AT, che tiene conto delle idee berniane, dei loro sviluppi nella pratica clinica proposti da diversi autori e dei concetti di English, integrati da alcune mie considerazioni sul tema.

Il modello che propongo (figura 1) si basa su tre diversi livelli di fattori motivazionali, in parte basati sulle “fami” di Berne, integrate con i motivatori di English, che a mio parere sono presenti in modo trasversale in ciascuno dei livelli motivazionali.


Fame di riconoscimento

Il primo livello corrisponde alla fame di riconoscimento. È, a mio parere, una delle intuizioni più innovative e preveggenti di Eric Berne, anni (se non decenni) in anticipo sulle teorie dell’attaccamento e le osservazioni delle neuroscienze.

Eric Berne sostenne che il principale fattore di motivazione nello sviluppo della psiche umana è il bisogno di stare in relazione e di essere riconosciuti dagli altri, e che è il desiderio di trovare soddisfazione a questo bisogno che motiva gli esseri umani all’attività psichica e all’azione sociale.

È il principio delle teorie dello sviluppo visto soprattutto come sviluppo sociale del bambino, che troverà spazio negli studi sull’attaccamento da Bowlby alla Ainsworth, nell’Infant Research da Stern a Trevarthen e nelle osservazioni delle neuroscienze, dall’impatto che le relazioni hanno sul nostro cervello emozionale (lobo limbico, ippocampo, talamo, amigdala) fino alle recenti descrizioni dei neuroni-specchio.

Questo fattore motivazionale primario ha messo immediatamente solide radici nello sviluppo dell’Analisi Transazionale, tanto da non venir messo più in discussione ma neppure ulteriormente approfondito sul piano teorico. Al contrario, molti autori in Analisi Transazionale ne hanno sviluppato le implicazioni operative: la teorizzazione sulle carezze (Steiner, 1971, 1997), i bisogni psicologici di base nella relazione (Erskine e Trautmann, 1996), sino agli sviluppi più recenti, dall’AT psicodinamica, a quella integrativa, all’approccio relazionale. Oggi gli analisti transazionali tengono conto del bisogno di riconoscimento anche utilizzando la relazione come strumento d’intervento terapeutico.

Un aspetto fondamentale del bisogno di riconoscimento è che esso appare essere, proprio come l’attaccamento, specie-specifico, e non cultura-specifico: in altri termini, è una caratteristica propria degli esseri umani e non risente significativamente delle differenze culturali. Tenerne conto nella pratica professionale si configura quindi anche come un efficace strumento d’intervento transculturale.


Bisogno di auto-identificazione

Gli studi sullo sviluppo psicologico hanno conosciuto una sostanziale rivoluzione nell’ultima parte del secolo scorso: si è passati da una prospettiva teorica (che in qualche caso può forse anche essere chiamata “ideologica”), basata soprattutto su ipotesi desunte da un lavoro analitico condotto con pazienti adulti, all’osservazione dei bambini.

Questo diverso approccio ha consentito di delineare una storia nuova delle precoci interazioni tra i piccoli e l’ambiente, e fondare una nuova prospettiva nella comprensione dello sviluppo umano (Stern,1985). Si tratta tuttavia di una prospettiva che non sembra però ancora averci condotto a comprendere quando e come si sviluppa il senso d’identità nel bambino.

O meglio, abbiamo ora le evidenze sociali del fatto che il bambino in qualche modo “sa” di esserci nella relazione fin dai primi tempi della vita extrauterina, ma non sembra che siamo ancora in grado di dire con certezza quando e come il bambino cominci a sapere non solo di esserci, ma anche chi egli sia. Quando, cioè, dia forma alle sue prime opinioni su di sé, probabilmente registrate nella sua memoria implicita, sotto forma di quello che noi analisti transazionali chiamiamo protocollo, o primi palinsesti di copione.

Credo che esista una specifica spinta motivazionale nei bambini in tal senso, ed è il bisogno di rispondere alla domanda: «Chi sono io?». È quello che definisco «bisogno di auto-identificazione» (Mazzetti, 2010).

A mio parere questo bisogno è fondamentale per la teoria dell’Analisi Transazionale perché è in buona parte alla base della formazione del copione. Le primissime conclusioni copionali che il bambino trae su di sé hanno probabilmente molto a che fare con il bisogno di capire e definire chi egli sia, oltreché di sopravvivere.

Ritengo, con altri autori, che la formazione del copione risponda a un preciso bisogno fisiologico, sia un necessario momento evolutivo in cui la piccola persona in crescita risponde alla domanda: «Chi sono io?» cui si accompagnano altre domande: «Dove sto andando?» e «Che significato ha la mia esistenza?». Sono domande in gran parte inconsce, o al più preconsce, ma non di meno attive nel pianificare le nostre vite. Il copione è un creativo progetto di vita, che può essere flessibile, dinamico e aperto, o rigido e limitante (ma pur sempre creativo, in quanto soluzione escogitata per far fronte a difficili eventi esistenziali).

Berne, parlando del copione, diceva che «tutti gli esseri umani sembrano venir programmati, in una qualche misura, fino dai primissimi anni di vita» (Berne, 1972), sottolineandone implicitamente la natura fisiologica. Egli, infatti, distinguendo tra copioni perdenti, non vincenti e vincenti, associava all’idea di copione anche la possibilità di una vita piena di significato e non solo di una serie di limiti che possono condurre anche a un finale tragico.

Se ammettiamo la fisiologia del copione, ne ammettiamo implicitamente la sua necessità per lo sviluppo: noi esseri umani abbiamo bisogno di sapere chi siamo, come siamo fatti, e il copione risponde a questa nostra necessità.

Accettando il concetto che la strutturazione del copione corrisponda alla definizione della nostra identità, e cioè a un bisogno evolutivo specifico, a una motivazione profonda che ci spinge all’attività psichica e all’azione sociale, diventano anche più comprensibili le dinamiche che a esso si accompagnano in terapia: la resistenza nei confronti dei cambiamenti che minano un’omeostasi stabile, il senso di smarrimento che coglie a volte i nostri pazienti di fronte a passaggi terapeutici importanti, il timore a riconoscersi al di fuori del copione che in molti casi (almeno nella mia esperienza clinica) va al di là della possibile minaccia arcaica di sanzioni, se si agisce al di fuori dei suoi limiti. La spiegazione che io mi do è che ogni uscita dal copione (o meglio, ogni riformulazione del copione) corrisponde a una crisi di identità e alla conseguente paura dell’ignoto: dobbiamo reinventarci una nuova risposta alla domanda: «Chi sono io?».

Il bisogno d’identificazione, ovvero di strutturare un copione, è, a mio modo di vedere, culturalmente fondato, a differenza del precedente. In altre parole, il copione è una storia che scriviamo tenendo conto di un contesto, cioè di un ambiente esterno fortemente influenzato dalla cultura sociale, familiare, storica in cui siamo immersi.


Fame di struttura

Eric Berne dice che «uno dei principali problemi della vita è la strutturazione del tempo», «ognuno di noi ha davanti a sé 50 o 100 anni, tutto questo tempo deve essere riempito, o ‘strutturato’». «La fame di struttura è più diffusa della malnutrizione o della malattia, e quasi altrettanto perniciosa», «è cronica per la maggior parte del mondo, con la sua successione ripetitiva di esistenze e di copioni» (Berne, 1970). Indubbiamente a ognuno di noi tocca in dote una certa quantità di tempo, che chiamiamo “vita”, e sentiamo l’esigenza di riempirla con qualcosa che dia senso alla nostra esistenza.

Dopo che sentiamo di esistere per l’altro (e per noi stessi) grazie alla soddisfazione della fame di riconoscimento, dopo che abbiamo dato risposta alla domanda su chi noi siamo, abbiamo bisogno di decidere cosa fare, momento per momento e nel lungo sviluppo di tutta la nostra vita. Come ben sanno gli analisti transazionali, Berne ha descritto sei modi di strutturare il tempo (Berne, 1972): l’isolamento, i rituali, i passatempi, le attività, i giochi e l’intimità, ognuno dei quali risente dei fattori motivanti precedenti; ci impegniamo in diversi modi di strutturare il tempo in base alla nostra necessità di ricevere riconoscimenti, che può variare molto in momenti differenti della vita, e in base alle idee che ci siamo fatti su di noi, sugli altri e sul mondo, cioè al copione con cui abbiamo risposto al nostro bisogno di auto-identificazione. Se il nostro copione sarà rigido e limitante probabilmente passeremo molto tempo impegnati in giochi psicologici, se sarà flessibile, fiducioso e aperto al futuro e al mondo, ricercheremo attivamente l’intimità.

Anche la fame di struttura, come quella di auto-identificazione e diversamente da quella di riconoscimento, sembra risentire in modo decisivo dei condizionamenti culturali dell’ambiente in cui viviamo.


I Motivatori di Fanita English

Come abbiamo detto all’inizio, Fanita English ha descritto tre pulsioni motivanti l’azione umana. La prima, Survia, spinge per la nostra sopravvivenza biologica ed è molto attenta alla soddisfazione dei nostri bisogni fisiologici. È quella che presiede alla nostra ricerca di cibo e di luoghi caldi e protetti dove vivere, e ci spinge a ricercare negli altri contatto, carezze, accoglienza. È anche la responsabile di sentimenti di ansia, paura e vergogna, se sentiamo minacciata la nostra sopravvivenza.

La seconda, Passia, sul piano biologico ci spinge alla riproduzione e dunque all’attività sessuale. Le sue caratteristiche sono la curiosità, la creatività, la voglia di autoaffermazione, e nei rapporti sociali si connota d’idealismo e di generosità. A volte anche a costo di mettere a repentaglio la nostra sicurezza personale, facendoci correre rischi e pericoli pur di raggiungere i nostri obiettivi.

La terza, Transcia, ci spinge al riposo, ci invoglia a dormire quando siamo stanchi, o a impegnarci in attività rilassanti. È la pulsione che ci guida verso la meditazione, la trascendenza e, nei casi estremi, la rinuncia alla vita.

Secondo Fanita, è necessario che queste tre forze siano tra loro bilanciate. Ognuno di noi ha bisogno di una buona quota di ciascuna. Se Survia è largamente predominante, la paura per la nostra sopravvivenza ci tarperà le ali, e non oseremo prendere iniziative per essere creativi, se Passia non è ben bilanciata, rischiamo di mettere in pericolo noi o altri, se ci lasciamo guidare solo da Transcia potremo arrivare a rinunciare a qualsiasi intrapresa e al limite anche a vivere.


I Bisogni di base e i Motivatori di Fanita English

Possiamo riconoscere in azione i motivatori di Fanita English in modo differente nella soddisfazione di ognuno dei tre livelli relativi ai bisogni dell’individuo.

Il bisogno di riconoscimento, che porta alla costruzione dell’attaccamento sicuro, tiene conto della pulsione alla sopravvivenza, e quindi a essere nutriti, accolti, scaldati e a ricevere carezze, di quella alla creatività nell’avere un impatto sull’altro e nel dare carezze, e di quella alla trascendenza nel riposo, socialmente nell’abbandonarsi con l’altro e nel dare carezze a se stessi.

Il bisogno di auto-identificazione, che conduce alla costruzione del copione, trova risposte secondo Survia nel fare scelte che ci portino a essere accettati e non minacciati dagli altri, secondo Passia nel tenere conto del nostro bisogno di autoaffermazione creativa e secondo Transcia nello sviluppare una relazione con noi stessi che abbia un significato.

Infine, il bisogno di strutturare il tempo per proteggere la nostra sopravvivenza ci vedrà impegnati in attività come il lavoro, che ci procurino i beni essenziali di cui abbiamo bisogno, in rituali e passatempi che ci rassicurino sulla nostra accettazione sociale (prevenendo il dolore sociale dell’abbandono: Landaiche, 2009), in giochi o intimità, secondo le scelte del nostro copione, per mantenerci in relazioni emotivamente coinvolgenti, e in momenti di isolamento, se ci servono per allontanarci da pericoli o minacce.

Per onorare la nostra spinta alla creatività, avremo momenti di isolamento progettuale, di attività magari gratuita ma coerente con i nostri ideali e gli scopi che desideriamo raggiungere nella vita, e intimità creativa.

Infine, la nostra spinta alla trascendenza ci suggerirà momenti di isolamento meditativo, di attività sociali contemplative, come una gita nella natura con gli amici, e di intimità spirituale con persone che sentiamo affini alla nostra sensibilità.

La danza alternata e armonica di questi tre motivatori ci può aiutare a trovare il nostro personale punto di equilibrio nel soddisfare i nostri bisogni di riconoscimento, di auto-identificazione e di strutturazione del tempo, e onorare così la nostra autentica unicità, e al tempo stesso a comprendere, promuovere e accogliere quella delle persone che a noi si rivolgono, per ragioni professionali, o semplicemente perché si trovano a percorrere al nostro fianco un tratto del cammino delle nostre esistenze umane.

 

Bibliografia

    Berne E., The Mind in Action, Simon and Schuster, New York, 1947.

    Berne E., Transactional Analysis in Psychotherapy, Grove Press, New York, 1961.

    Berne E., Sex in Human Loving, Simon and Schuster, New York, 1970.

    Berne E., What Do You Say After You Say Hello?, Grove Press, New York, 1972.

    English F., “My Time Is More Precious Than Your Strokes: New Perspectives on Time Structure”, in TAJ, 22, 1, 1992, pp. 32-42.

    English F.,“What Motivates Resilience After Trauma?”, in TAJ, 38, 4, 2008, pp. 343-351.

    Erskine. R. G., Trautmann R. L., “Methods of an Integrative Psychotherapy”, in TAJ, 26, 4, 1996, pp. 316-328.

    Landaiche N. M., “Understanding Social Pain Dynamics in Human Relations”, in TAJ, 39, 3, 2009, pp. 229-238.

    Mazzetti M., “Analyzing the Impact of Prior Psychotherapy on a Patient’s Script”, in TAJ, 40, 1, 2010, pp. 23-31.

    Steiner C., “The Stroke Economy”, in TAJ, 1, 3, 1971, pp. 9-15.

    Steiner C., Achieving Emotional Literacy, Avon, New York, 1997.

    Stern D., The Interpersonal World of the Infant, Basic Books, New York, 1985.

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