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ARTICOLO Cristina Capoferri: Costruire il copione migrando

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di Cristina Capoferri

L'Associazione I.T.A.C.A riporta qui l’articolo di Cristina Capoferri (2013) “Costruire il copione migrando”, pubblicato nel Quaderno delle Giornate di studio di Lavarone 2012 (pag 152-174).

 

 

Costruire il copione migrando

Cristina Capoferri

 

L’uomo ricco d’astuzie raccontami, o Musa che a lungo

errò dopo ch’ebbe distrutto la rocca sacra di Troia;

di molti uomini le città vide e conobbe la mente,

molti dolori patì in cuore sul mare,

lottando per la sua vita e pel ritorno dei suoi.

Ma non li salvò, benché tanto volesse.

Omero, Odissea

 

Riassunto

Fanita English con la sua testimonianza di vita e con il suo pensiero, pone le basi per una teoria del copione migrante, moderno e dinamico. In questo testo, attraverso il mito di Odisseo, così come è stato rivisitato da English, mi propongo di individuare i bisogni dei copioni in divenire dei bambini e degli adolescenti di oggi.

 

Abstract

Migration as a Script Builder

Fanita English with her life and her thought, sets the foundations for a theory of a modern and dynamic script. The term migration is intended as a phenomenon that we all experience while our habits and values shift and we must respond to the rapid changes that invest our everyday lives.

This paper, through the myth of Odysseus, as revisited by English, aims identifying the needs of the evolving scripts of today’s children and adolescents.

 

 

Premessa

Il saluto che Fanita English ha inviato al convegno di Lavarone dell’agosto 2012, trasmette energia vitale, flessibilità, il desiderio di guardare avanti. In tempi di grande crisi, economica e non solo, di cambiamenti epocali, il suo messaggio è anche un invito all’impegno, allo studio e alla ricerca. Da sempre, e ancor di più ora, Fanita English cura con generosità il passaggio di pratiche e di saperi da una generazione all’altra. Dona e lascia ai giovani il suo pensiero:

 

“Lasciare rimanda al latino laxus, e indica quel che s’allenta, si fa spazioso. Laxus è il contrario di teso, è la distensione che fa seguito alla tensione. Implica capacità di abbandonare, allontanarsi. Si lascia ad altri quel che non si porta con sé, dunque lasciare è anche un dischiudere, permettere. È una messa in libertà. […] Viene in mente l’esperienza della corsa a staffetta. Ciascun concorrente (detto frazionista) deve percorrere una frazione, e trasmettere un bastone al subentrante. Il bastone si chiama, guarda caso, testimone. La regola vieta di lanciare al compagno il testimone nelle zone di passaggio, e fissa regole precise sulla sua caduta (se cade può raccoglierlo solo chi l’ha perduto: l’incapace di tramandare). Anche nel passaggio tra generazioni è così” (Spinelli, 2011).

 

English dà il permesso di pensare, mette a disposizione le sue teorie e chiede di svilupparle. I guizzi della sua intuizione aprono scenari in cui ci si può addentrare in libertà, le sue immagini e le sue metafore offrono nuovi e positivi sguardi sul domani. Il suo linguaggio è semplice, ma non semplificante, è chiaro: non è solo di facile comprensione, è di più, è apertura, è trasversale, esprime un corpus teorico che migra in tutti i campi applicativi. Il lavoro che qui presento cercherà proprio nella capacità di migrare di English, con la lingua, con il pensiero, con il cuore, con la pratica, con la teoria, con la sua testimonianza di vita, suggestioni utili per le navigazioni e gli attraversamenti di oggi. Parte dalla convinzione che siamo tutti migranti, non solo perché lo sono stati i nostri avi, ma anche perché viviamo in un’epoca di grande instabilità e di grandi cambiamenti, di transiti e passaggi. Il nostro compito è quello di accompagnare i bambini nelle loro migrazioni fin da ora. Hanno bisogno di essere presi per mano, sia quelli che arrivano da altrove, che sono l’avanguardia del nuovo (Moro, 2005), sia quelli che sono di qui, che stanno entrando in una nuova era e hanno un futuro da viaggiatori davanti a sé, come studenti, come lavoratori, come Internauti. Tutti i bambini, quelli di qui e quelli di altrove (Moro, 2005), sono migranti, anche perché vivono in una società che Bauman ha definito “liquida”, priva di punti fermi, in un pianeta senza più barriere, dove popoli e merci viaggiano in modi impensabili fino a pochi anni fa. Per tutti questi motivi rievocheremo qui la storia di Odisseo, un migrante del mito, che English ha analizzato nel recente saggio, “It Takes a Lifetime to Play out a Script” (2010) e vedremo che anche i nostri bambini sono e saranno tanti piccoli Ulisse dei tempi moderni. Affinché esplorino fiduciosamente e con curiosità nuovi modi per vivere nel mondo, creativi e flessibili, faremo delle ipotesi sulla funzione degli adulti che si occupano di loro.

 

Fanita English, una vita migrante

Fanita English, con la sua testimonianza di vita e con il suo pensiero, pone le basi per una clinica transculturale e per un’idea di copione migrante, dinamico e meticcio.

Di origini ebraiche, quando parla di sé e dei suoi ricordi, ci avvicina con immediatezza alle tematiche di chi migra, allo stress transculturale, alla nostalgia, al bisogno di appartenenza, unito al desiderio di esplorazione, alle conclusioni di sopravvivenza*, unite alla spinta creativa.

«Raccontare di sé ha per lei il valore di una testimonianza personale circa la genesi e l’applicazione del suo pensiero teorico. Significa esporsi onestamente nella consapevolezza della comune fatica di vivere la malattia chiamata uomo» (Munari Poda, 1998).

 

“Sono nata in Romania, ho vissuto l’infanzia in Turchia, sono cittadina americana e lavoro regolarmente in altri paesi […]. A quattro anni fui costretta a lasciare la mia patria rumena, il paese della mia prima infanzia, e la lingua madre. […] I miei genitori emigrarono con me in Turchia. […] In Turchia vivevamo piuttosto isolati. A questo si aggiunse che io inizialmente non potevo avere contatti di alcun tipo con il resto del mondo, perché là nessuno parlava rumeno. […] Tutto questo accadeva in un’età in cui si vorrebbe da bambini riuscire a farsi capire finalmente con le parole […]. Come oggi so per certo, i miei genitori soffrivano a loro volta per ragioni diverse di ansie inconfessate. […] Da noi semplicemente “non c’era” nostalgia, non esisteva la tristezza per i rapporti e le abitudini perdute. Bisognava andare avanti. Mai restare indietro: questa è diventata evidentemente una delle mie più importanti «strategie di sopravvivenza»”. (Munari Poda, 1998).

 

La modernità della teoria del copione di English: un faro nella complessità

La vita meticcia e la flessibilità del pensiero di English danno corpo a un concetto di copione moderno, più che mai attuale in questo particolare momento sociale e politico, in cui l’instabilità è la condizione di vita dei bambini e degli adulti.

La consapevolezza della complessità e dell’unicità di ogni esistenza caratterizza la sua teoria: «I copioni sono di fatto produzioni artistiche dotate di molti nascosti significati simbolici personali, che non possono essere sviscerati o oggettivati come teoremi matematici» (English, 2010). English non ignora la centralità delle relazioni, è attenta al doppio versante intrapsichico e interpersonale, agli scenari interni e agli scenari esterni e sottolinea spesso il conflitto tra la spinta di sopravvivenza, che tende a cercare un adeguamento alle richieste delle figure di riferimento, e la spinta creativa, che tenta di espandersi a qualunque prezzo:

 

“Considera con grandissima attenzione questa stagione della vita in cui il bambino fa le sue prove d’autore tra attaccamento e autonomia, tra eccitamento ed entusiasmo, fiducia e sfiducia, sfide, vergogna e mortificazioni. […] Ne consegue una visione plastica, viva, creativa della vita, pur nella sua ineludibile complessità. Rispetto a questa non esistono illusioni consolatorie, né integralismi, né utopiche euforie; solo la necessitata accettazione delle ore buie, e il rispetto per le cicatrici esistenziali di ciascuno di noi, paziente e terapeuta” (Munari Poda, 1998).

 

Con Berne, English ritiene che i piani di vita, o copioni, abbiano un inizio precoce e che siano protettivi per il bambino, che spesso li sviluppa come una fantasia immaginativa che supporta la sua crescita e l’evoluzione del suo potenziale innato. Senza il copione, il bambino si vivrebbe disperso nel tempo e nello spazio, come una foglia al vento, senza radici. Uno script aiuta un ragazzino che cresce a concettualizzare e a proiettare l’immagine del suo Sé emergente nel futuro. Anche uno script generato nei peggiori contesti ambientali, contiene in sé delle potenzialità rispetto a come sia possibile ottenere una soddisfacente realizzazione nella vita, qualora vengano neutralizzati gli elementi negativi. A ogni fase dello sviluppo, lo script si aggiorna. Nel tempo, storie secondarie lo arricchiscono, capovolgendo frequentemente la storia originale. English osserva che ulteriori trasformazioni e magici capovolgimenti accompagnano la stagione dell’adolescenza e anche i tempi successivi,

 

“con alcune scene conseguenti alla prima impostazione e altre no, con effetti potenzialmente positivi o negativi, a seconda dell’ evoluzione delle storie. Tuttavia, sono riconoscibili elementi comuni con l’abbozzo originale del bambino che sono chiaramente specifici del suo stile individuale. In realtà, il copione rappresenta il proprio racconto mitologico personale, con diverse improvvisazioni e variazioni che riflettono eventi successivi e nuovi insights. In questo modo viene mantenuta la funzione originaria dello script: supportare la persona nella ricerca delle proprie capacità intrinseche per una creativa espressione di sé e relazioni soddisfacenti nel presente e nel futuro” (English, 2010).

 

Il copione risponde dunque a un’innata fame di struttura (Berne, 1961), ma è anche un processo dinamico, personale, artistico.

 

Una metafora per gli odierni attraversamenti

Per illustrare la sua idea di copione, in “It Takes a Lifetime to Play out a Script” (2010), English attinge al mito:

 

“Gli antichi Greci possono offrirci ispirazione. Come noi, essi ritenevano che gli umani avessero la responsabilità della propria vita e delle proprie scelte. Ciò che noi ascriviamo a fattori fuori dal nostro controllo, come il mondo degli affari, la genetica o anche sentimenti inconsci, essi lo attribuivano al destino e alle influenze di diversi dei e dee dell’Olimpo. Se ora noi abbiamo bisogno di tener presente un copione evolutivo “modello”, perché non pensare all’eroe greco Ulisse protagonista dell’Iliade e dell’Odissea omerica (ora chiamato Odisseo), dove Odisseo appunto è sostenuto dal suo script mentre affronta sfide impreviste?”

 

Rievocando la storia di Odisseo, English fa commenti che riprenderemo e analizzeremo in questo lavoro, perché ci offrono una direzione di pensiero per leggere la complessità dell’oggi. Gli elementi significativi del copione originale di Odisseo individuati da English sono i seguenti: il re di Itaca era sposato a una donna saggia e fedele, aveva un figlio destinato a succedergli. Ma, poiché «gli eventi del mondo (eventi storici) possono irrompere nel copione delle persone» (English, 2010), gli venne chiesto di unirsi ai nobili greci nell’attacco contro Troia. Odisseo non intendeva lasciare Itaca e andare a combattere, provò perfino a fingersi pazzo per evitare di partire, ma fu costretto a imbarcarsi per la guerra. Questo significa per English che «forze sociali possono deviare i propositi individuali» (English, 2010).

In capo a dieci anni, Troia fu conquistata e Odisseo si preparò a riprendere la rotta verso casa. Ma Poseidone, dio degli oceani, aveva in animo di far naufragare le sue navi, per vendicare la caduta di Troia. Odisseo dovette superare una serie di prove mortali nel viaggio di ritorno, come per ogni uomo infatti: «Difficoltà inaspettate fanno parte della vita» (English, 2010).

Seguirono molte situazioni rischiose che egli riuscì a superare grazie al suo ingegno multiforme e ai suoi molti talenti. La sua astuzia e la notevole conoscenza di sé lo aiutarono per esempio a rendersi conto che non sarebbe riuscito a resistere al temibile canto delle fascinose Sirene. Così diede ordine ai marinai di legarlo all’albero della nave, quando passarono accanto alla loro isola. Ciononostante, la nave andò distrutta ed egli approdò nella magica isola della splendente Calipso. Quando riprese il viaggio di ritorno, Poseidone, «scuotitore della terra», non si diede per vinto e riprovò a farlo naufragare, e Fanita English commenta: «Chiamiamola imprevedibilità meteorologica o provvidenza arrabbiata!».

Questa volta, dopo molti sforzi, Odisseo fu sospinto sulle coste della sua isola. Finalmente, sia pure con le vesti stracciate, era di nuovo a Itaca, in accordo con il suo copione. Fu riconosciuto da coloro che aveva amato, il suo cane, la vecchia nutrice, sua moglie, e salutato da suo figlio.

 

Una rivisitazione delle vicende e di alcuni elementi chiave del mito per capire l’oggi

È interessante riprendere ora i commenti di English al mito, e utilizzarli per alcune riflessioni trasferendoli e comparandoli con le vite dei bambini e degli adolescenti, i Giovanissimi Ulisse dell’oggi. English come abbiamo visto, così commenta le vicende dell’eroe greco:

«Gli eventi del mondo (eventi storici) possono irrompere nel copione delle persone» (English, 2010).

Emanuele Trevi, in un articolo dell’8 agosto 2012, sostiene che viviamo nell’età dell’ansia: «Sì, perché è l’ansia il collante principale di questo stato di universale indistinzione». Chi lavora con i bambini, osserva la loro inquietudine, e quella dei loro contesti di vita, si chiede quali eventi stiano irrompendo nel loro copione. Non parliamo qui dei singoli eventi violenti, purtroppo nel mondo drammaticamente presenti, ma dei mutamenti epocali diffusi: le nuove tecnologie, lo sviluppo delle comunicazioni, i mondi virtuali, gli imponenti flussi migratori, il problema ambientale ed energetico, e soprattutto, in questo momento particolare in Italia e in Europa, la crisi economica, con la precarietà del lavoro e la disoccupazione sempre più diffuse. Sono fenomeni che pongono nuove domande, ci si chiede quali siano e saranno i loro effetti nella vita dei bambini.

«Forze sociali possono deviare i propositi individuali» (English, 2010).

Così com’è capitato a Ulisse, anche oggi noi tutti «stiamo attraversando una tempesta dai tempi e dagli esiti incerti che si riverbera nelle nostre menti con ansia, timori di perdita, di rovina, di fine del mondo» (Campione, 2012). L’economia italiana non riesce a offrire buone opportunità lavorative ai giovani, invece di allevare le forze del futuro, sta creando una sottoclasse di lavoratori insoddisfatti e precari. Chi si occupa di adolescenti rileva grandi difficoltà nelle scelte e nell’orientamento, nel pensarsi al futuro. I giovani adulti vedono preclusi i loro progetti di autonomia dalla precarietà o dall’assenza di un’occupazione. Qualche anno fa, quando un clinico osservava il paziente passare rapidamente da un lavoro all’altro, leggeva questa instabilità come un elemento diagnostico importante, perché possibile segnale di una fatica a stare nei legami e nelle situazioni, ora l’instabilità e la necessità di cambiare frequentemente sono caratteristiche specifiche dei nuovi lavori.

«Poseidone vuole vendicare la caduta di Troia. Difficoltà inaspettate fanno parte della vita» (English, 2010).

Molte delle difficoltà dei bambini e degli adolescenti oggi, derivano dal cambiamento delle famiglie che assumono nuove configurazioni e nuovi ruoli al loro interno e che, nella nostra realtà, non trovano supporto e sostegno sociale alla genitorialità. Nelle scuole, negli spazi extra-scolastici, nei servizi per l’età evolutiva, nelle stanze della terapia, facciamo i conti con la recessione, con i tagli pesanti al welfare, con la precarietà, con la fatica del progettare modalità di prevenzione e accoglienza. Le difficoltà economiche delle famiglie inoltre stanno diventando sempre più evidenti, i contratti a termine, i compensi bassi e la disoccupazione riguardano non solo i giovani, ma anche madri e padri, e cominciano a influire sulle scelte relative alla qualità della vita dei bambini.

«Seguirono molte situazioni rischiose nel viaggio di ritorno» (English, 2010).

Anche i nostri Giovani Ulisse stanno attraversando situazioni rischiose, che sono da ricondursi soprattutto alla presenza o assenza degli adulti, al loro ruolo, ai loro messaggi. Ci riferiamo qui in particolare agli studi di Gustavo Pietropolli Charmet e di Massimo Recalcati, attenti osservatori dei nostri tempi e della nostra cultura, e a quelli di Beatriz Janin, direttrice della Cattedra di Psicologia dell’Università di Buenos Aires, che ha analizzato le conseguenze sui bambini della bancarotta dell’Argentina del 2001.

Pietropolli Charmet nel saggio Cosa farò da grande? (2012) individua come rischio per gli adolescenti, la sottrazione della speranza e lo sguardo disfattista degli «adulti competenti» che colpisce il sistema motivazionale. C’è inoltre una distrazione della scuola nei confronti del futuro, perché

 

“non prepara i ragazzi a comprendere la società, l’economia, l’ecologia, la gestione del territorio e tutto quanto ha importanza. Non mi pare una svista da poco. Debbo confessare che mi sembra il reato educativo più grave che si possa compiere nei confronti di una generazione alla quale consegniamo una situazione economica e occupazionale disastrosa, il fatto di non averli aiutati a studiare il futuro, a sviluppare competenze specifiche nello studio scientifico di cosa comporterà l’invecchiamento della popolazione, la diminuzione delle nascite, la globalizzazione, la migrazione di masse importanti di abitanti dalle terre povere di raccolti e di acqua, il conflitto fra le religioni, lo sviluppo delle tecnologie, la diffusione mondiale delle reti di comunicazione, l’informatizzazione della quotidianità” (Pietropolli Charmet, 2012).

 

Nell’età degli entusiasmi anche facili, in cui si teme e si morde il futuro, è proprio questa la parola che viene cancellata dal vocabolario: con effetti particolarmente nefasti sugli adolescenti. Gli adulti «competenti», genitori e insegnanti, per restituire la speranza a questi ragazzi più rassegnati che nichilisti,

 

“dovrebbero smetterla […] di lanciarsi nelle profezie più nere. Tutti gli scenari catastrofici trasmettono un messaggio intollerabile per la mente degli adolescenti, e cioè che ormai non c’ è più posto per loro, che la pacchia è finita, proprio come il petrolio e l’acqua […]. Non è così che si reclutano i loro ideali, la loro capacità di sperare, il loro intrinseco bisogno di cambiamento, a favore di una svolta culturale, etica, relazionale, politica. […] Voglio dire questo: genitori e docenti dovrebbero costituirsi come garanti convincenti, ché tocca proprio a loro, ai più giovani, assumersi il compito eroico di salvare non solo l’economia disastrata ma addirittura l’intero pianeta, e scoprire quale sia il livello di sviluppo compatibile. Per i ragazzi non ci potrebbe essere un futuro più interessante e avventuroso. Perché in realtà non solo il futuro esiste, ma è proprio il loro tempo” (Sica, 2012).

 

Mentre Pietropolli Charmet sottolinea la necessità dell’assunzione del ruolo di «garanti convincenti e competenti» da parte degli adulti, Massimo Recalcati (2011) chiede loro di porsi come «testimoni della vita»:

 

“Noi siamo nell’epoca dell’evaporazione del padre, ma siamo anche nell’epoca di Telemaco; le nuove generazioni guardano il mare aspettando che qualcosa del padre ritorni […]; non è domanda di potere e di disciplina, ma di testimonianza. La domanda di padre non è più domanda di modelli ideali, di dogmi, di eroi leggendari e invincibili, di gerarchie immodificabili, di un’autorità repressiva, ma di atti, di scelte, di passioni capaci di testimoniare, appunto, come si possa stare in questo mondo con desiderio e, al tempo stesso, con responsabilità. Il padre che oggi viene invocato non può più essere il padre che ha l’ultima parola sulla vita e sulla morte, sul senso del bene e del male […]. Incapace di dire qual è il senso ultimo della vita, ma capace di mostrare, attraverso la testimonianza della propria vita, che la vita può avere un senso” (Recalcati, 2011).

 

I rischi del viaggio dei nostri Giovani Ulisse sono riconducibili alle conseguenze della perdita del desiderio del futuro, dell’evaporazione della figura del padre, della mancanza di testimonianza sulla vita. Un altro rischio è quello della paura dei genitori, che fa scattare l’inversione dei ruoli e del sistema normativo. Beatriz Janin, nel saggio La memoria e il futuro, si chiede come la paura del futuro dei genitori e la difficoltà di fare progetti negli anni della bancarotta argentina, possano aver inciso sui bambini. Alcune sue riflessioni sono trasversali e transculturali, e offrono stimoli di riflessione e di lavoro anche a noi.

 

“Di fronte alla depressione dei genitori, i bambini sono soliti ritenersene la causa o identificarsi con l’altro depresso. Rivolgendosi a un altro che non risponde, perché occupato in altre questioni, il bambino rimane lanciato in un vuoto di senso. Sappiamo che la depressione si trasmette ai figli, molte volte senza parole. Inizia ad esserci un vuoto negli scambi, un silenzio pesante, i ragazzi devono elaborare più di quanto possono, soli, connessi al vuoto dell’altro. La perdita di autostima si generalizza e anch’essi sentono che non si può più fare nulla. O suppongono di potere tutto. […] I bambini vengono colpiti dalle perdite dei genitori, ma anche dalle proprie” (Janin, 2005).

 

Janin sottolinea come i bambini abbiano perso ultimamente “uno spazio” nella testa dei genitori, distratti da altre questioni, e come abbiano perso i genitori in quanto “filtri”, per cui risulta difficile l’elaborazione individuale degli eventi sociali. In questo scenario

 

“le azioni collettive hanno un “plus” di senso: permettono di metabolizzare il dolore, l’abbandono, la caduta della propria immagine attraverso la costruzione di nuove catene di rappresentazione; si costruisce una memoria condivisa, che si oppone all’oblio e alla morte. In questo modo, c’è la possibilità di aprire percorsi più complessi, di costruire nuove trame […] in spazi condivisi. Per i bambini, ciò sembra essere fondamentale. I genitori possono non essere in condizione di contenerli, ma il gruppo sociale può agire da contenitore protettivo. Quando la memoria si trasforma in storia collettiva, condivisa, si possono aprire varchi di elaborazione, si può cominciare a metabolizzare, costruendo una trasmissione che non sia ripetizione in atto” (Janin, 2005).

 

Ritorniamo ora ai commenti di English circa la storia di Odisseo.

«Poseidone non si diede per vinto, chiamiamola imprevedibilità meteorologica o provvidenza arrabbiata!» (English, 2010).

Oggi i bambini vivono una realtà imprevedibile, complessa e contradditoria, lo confermano alcune esperienze vissute in una sola settimana in quel piccolo, ma significativo, osservatorio che è la stanza dell’analisi. Si va dalle confidenze preoccupate di una mamma: «Oggi è l’ultima seduta di Margherita, non mi pagano da due mesi», alla comunicazione di un adolescente che, assumendosi la decisione in prima persona, avverte: «Non voglio più venire. Il papà è in cassa integrazione», e ancora, alle riflessioni di un quattordicenne: «Quest’anno vado in vacanza solo una settimana perché non ci sono soldi, il mio amico Gabriele andrà a vivere in Germania, perché qui i suoi genitori e suo fratello non hanno lavoro da due anni. Là invece ti procurano l’appartamento e la scuola». I figli percepiscono l’ansia della famiglia:

 

“Precariato, disoccupazione e instabilità lavorativa in genere comportano tutta una serie di conseguenze profonde: rischiano infatti di mettere in discussione le proprie certezze esistenziali, creano problemi di autostima e spingono l’individuo in una costante instabilità emotiva. La perdita del lavoro, poi, va intesa come un evento complesso e multidimensionale, che coinvolge diversi aspetti: la perdita del ruolo di lavoratore e delle entrate economiche, il cambiamento delle attività quotidiane, le interazioni sociali, la responsabilità, la percezione di sé e l’immagine pubblica di sé. Il venir meno di un’occupazione significa infatti non aver più un ruolo sociale […]. La mancanza di prospettive economiche e occupazionali predispone allo sviluppo di varie forme di disagio emotivo, oppure all’aggravamento di forme di disagio già in atto” (Lacangellera, 2012).

 

E ancora un commento di English:

«Fu riconosciuto da coloro che aveva amato, il suo cane, la vecchia nutrice, sua moglie, e salutato da suo figlio» (English, 2010).

Questo commento di English ci ricorda che ieri e oggi, nell’instabilità e nella complessità delle vite in vario modo migranti, è immutato il bisogno di appartenenza, di filiazione e di affiliazione, è immutato il bisogno di riappropriazione delle radici, unito alla necessità e al desiderio di partire, al bisogno di non escludere parti di sé e di trovare nuove sintesi. Ora, continuando a rivisitare il mito di Odisseo, e lasciandoci trasportare dalle suggestioni di Fanita English, vedremo che alcuni elementi chiave del mito, l’uomo, la sua mente e il mare, sono utili per analizzare l’oggi e per guardare al domani.

 

L’uomo, la mente, il mare

L’uomo

Odisseo è un uomo sbattuto dai venti, minacciato dai pericoli, allontanato dalla patria da tante tempeste, ma che non si perde mai d’animo,

 

“è l’uomo del ritorno a casa, ma anche della scoperta del meraviglioso. […]. Ha profonda conoscenza del dolore e della persecuzione ingiusta di uomini e dei, ma anche della vittoria, dell’amore, dell’infaticabile senso del vivere pienamente. Ulisse conosce la miseria e la viltà degli uomini (e la propria), ma anche il coraggio e la grandiosità e la bellezza del vivere, dell’amore, della dignità umana, del conoscere. Qualunque sia il gioco delle proiezioni auto-biografiche che facciamo su di lui, ce lo troviamo davanti come oggetto culturale e identificatorio privilegiato” (Lo Verso, 1994).

 

Odisseo è l’uomo della curiosità e della nostalgia, della continuità e del cambiamento, è l’uomo in viaggio per nuovi mondi, un antico e sempre nuovo migrante. È un esempio di umanità errante e in crescita. La sua mente è definita da Omero «dalle molte forme» (polytropos) e «dai molti colori» (poikilométes), è variegata, screziata, mutevole, scintillante, cangiante, ambigua e inquieta. Parlare di Odisseo dunque, è ripercorrere le origini di una specie che è da sempre migratoria: il copione di Ulisse è il copione dell’Uomo.

«Le persone appartengono alla specie migratoria» (Chiesa Mateos, 2010).

 

La mente

Saranno le menti dalle molte forme e dai mille colori delle nuove generazioni ad affrontare la crisi attuale e la complessità. Susanna Mantovani, nella Prefazione al testo di Luigi Anolli, La sfida della mente multiculturale (2011), invita a vedere la multiculturalità nella sua valenza profondamente positiva,

 

“ispirata non da sentimenti di accoglienza e di umanitarismo, ma dalla lucida rilevazione che menti allenate a interpretare e a leggere la realtà delle cose, propria e degli altri, attraverso molteplici lenti culturali, sono avvantaggiate: più flessibili, più aperte, più creative, più adattive, più agili, in un mondo in cui il rapporto con l’alterità è quotidiano e in cui la competenza per gestire la comunicazione cogliendo la prospettiva altrui, o per adattare il proprio comportamento in modo versatile a contesti culturalmente connotati in modo diverso, sono competenze strategiche […]. Chi si sente un “pesce fuor d’acqua” fuori dalla propria cultura e dalla propria lingua è un cittadino a metà e un attore depotenziato sul mercato globale. Chi riesce ad attraversare mondi culturali diversi, e a trarne ricchezza, si trova in una condizione di vantaggio, perché dotato di una maggiore consapevolezza […]. È quindi dotato di una maggiore libertà” (Mantovani, 2011).

 

Non è qui lo spazio per approfondire gli aspetti relativi ai cambiamenti della nostra mente oggi, ricordiamo e rimandiamo all’imponente mole di studi dell’etnopsichiatria e in particolare al lungo lavoro di Marie Rose Moro con i bambini e gli adolescenti, e alle ricerche supportate da evidenze neurobiologiche, di cui Anolli fa una rassegna nel saggio citato e che mettono in rilievo i vantaggi, dovuti al superamento della mente monoculturale. I vari punti di vista, pur partendo da vertici teorici diversi, concordano: oggi le nuove condizioni di vita richiedono di compiere un balzo in avanti e di appropriarsi di una mente aperta, flessibile, tollerante, creativa. Una mente al plurale, in grado di offrire molteplici e consistenti vantaggi, in ambienti che vanno dalla convivenza sociale, al management, ai sistemi educativi.

 

“La mente monoculturale è una mente al singolare. È una mente provinciale (“parrocchiale” nel senso etimologico) che assume il periodo storico e l’area geografica in cui si trova come la totalità del tempo e dello spazio della specie umana. […]. La realtà è semplice e drammatica al contempo. La mente monoculturale non è più sufficiente per governare la complessità dei rapporti interculturali che oggi animano la scena mondiale. […] Gli imponenti flussi migratori di oggi impongono nuove forme di contatto e di scambio fra molte culture entro il medesimo territorio. […] Intrecciati con i flussi migratori, vi sono i processi sottesi alla globalizzazione dei mercati. Oggi, i prodotti commerciali, eccetto quelli di nicchia, non possono non essere globali, distribuiti e garantiti da un’assistenza locale, supportati da una comunicazione efficace” (Anolli, 2011).

 

Anolli sottolinea che sempre più spesso si assiste alla delocalizzazione della produzione, alla fusione di aziende, ad accordi commerciali oltre confine, e questa prospettiva globale implica un frequente spostamento di manager, tecnici, consulenti, associato a un’ampia distribuzione della conoscenza. Connessa con questi fenomeni di mobilità, è sempre più diffusa la “migrazione virtuale” consentita da Internet, che costituisce un vortice frastornante di messaggi, di scambi e di suggestioni, di offerte: «Quanto più una cultura è in grado di gestire differenze attraverso la mente multiculturale o la mente creola, tanto più è robusta e vitale, aperta alle sfide del presente e del futuro» (Anolli, 2011).

Da qui la necessità di sostenere, incrementare e accompagnare le nuove forme d’intelligenza dei nostri bambini, perché possano essere applicate a nuovi saperi e a nuovi modi di vivere, per trovare equilibri altri e inediti.

 

Il mare

Il viaggio di Ulisse avviene per mare, che è vasto, indeterminato, dal colore mutevole. La terra è metafora della divisibilità, il mare è fluido, è “liquido”, come l’oggi. E verso il mare guarda di nuovo Ulisse, una volta tornato a Itaca. Il Mediterraneo è anche metafora dello scontro e della composizione delle identità: «Il domani può portare naufragi, ma anche una ricca pesca. Lo straniero, il diverso è ricercato e indispensabile, perché con lui si possono fare “traffici” e scambi e da lui si può imparare» (Lo Verso, 1994). E dall’incontro con l’altro può ripartire il processo di métissage. «Tutti i figli di domani saranno meticci», ci ricorda Marie Rose Moro (2005) e, con la parola métissage, intende che tutte le forme sono possibili, come in genetica, più vicino ad un mondo, più vicino ad un altro, in mezzo, in una configurazione in continuo movimento, mutevole, in funzione dell’esigenza interna e del particolare momento della propria esistenza.

 

Copione in formazione: un processo dinamico

È dunque sempre più attuale la visione di English, il copione nella sua dinamicità è in grado di affrontare le tempeste odierne, gli spazi e le vite senza confini, e soprattutto il potenziale trasformativo dell’incontro. «Sono sempre colpita dal modo in cui i bambini sono motivati a tradurre i loro desideri in copioni colorati e da come le creature umane possano trovare modalità immaginative per usare questi precoci schizzi esistenziali» (English, 2010).

Sarà quindi un aspetto di grande rilevanza nel nostro lavoro, la vigilanza sui messaggi genitoriali e culturali che inviamo ai nostri “giovani Ulisse” e che potrebbero limitarne le potenzialità e le spinte creative.

 

I rischi di trasmissione dell’epicopione culturale

Le riflessioni di Pietropolli Charmet (2012), Recalcati (2011) e Janin (2005) circa il ruolo degli adulti, pur avendo origine da approcci diversi, convergono nel far pensare alla teoria di English relativa all’epicopione. In un saggio del 1969, viene illustrato come avviene il passaggio da una generazione all’altra, di una “patata bollente”, di una “maledizione”. Il materiale che formerà il contenuto del copione proviene dall’ambiente e ingloba tutto ciò che il bambino vede e sente, che egli lo colga in modo positivo o negativo. Secondo English, «il processo dell’epicopione ha luogo quando un “donatore” importante, lui medesimo coinvolto in un trauma irrisolto, passa una “patata bollente” (una sorta di dovere esistenziale a portare a termine un compito distruttivo) a un “ricevente vulnerabile” che si sente impotente o dipendente in relazione al donatore, come può essere un bambino» (English, 2010). L’epicopione viene creato dal Piccolo Professore, cioè dall’Adulto nello stato dell’Io Bambino, ed è basato sulla magica certezza che eviterà per sé un destino nefasto se riuscirà a trasferirlo a una vittima sacrificale.

 

“Verosimilmente né i donatori di copioni, né i riceventi vulnerabili pensano ad un trattamento psicologico individuale. Il processo di “patata bollente” può talvolta essere identificato quasi per caso nel corso di una terapia di coppia o di famiglia, o in gruppi d’incontro tra giovani. Ciò è dovuto al fatto che, spesso, i “riceventi vulnerabili” deliberatamente tentano di “contagiare” altri “vulnerabili riceventi”, come fratelli minori, amici intimi, o partners. Fanno questo inconsciamente nella speranza di trasferire la loro “patata bollente” a qualcun altro. Talvolta essi ne provano temporaneo sollievo, ma in generale, anche quando il “contagio” è passato ad altri, essi continuano a portarsi dentro il loro epico pione” (English, 2010).

 

Questo è un nodo cruciale che ci interroga e ci chiede di intervenire sui messaggi dei genitori e del Genitore Sociale, sull’epicopione culturale, sulle eredità che accompagneranno i viaggi e le migrazioni dei nuovi Giovani Ulisse in mondi complessi, in nuovi luoghi, nuovi modi di vivere e di lavorare, in nuove famiglie e nuovi ruoli.

 

Il bambino di domani

Marie Rose Moro, attenta osservatrice dei disagi e delle risorse dei minori migranti, pur non sottovalutando le vulnerabilità e i nodi critici della loro condizione esistenziale, nel saggio Maternità e amore (2007), ha una visione carica di speranza:

 

“Il bambino di domani sarà un avventuriero! […] E i figli dei migranti sono a mio parere i precursori di ciò che tutti i bambini vivranno nelle nostre società in continuo cambiamento […]. Gli attuali studi sui figli di migranti mostrano che sono capaci di inventare modi di essere e di fare nuovi e creativi, a condizione di iscriversi in un doppio processo di trasmissione, interno ed esterno, e di instaurare legami tra questi mondi. […] Che cosa possono fare le nostre società oggi? Permettere ai bambini guida, ai bambini sentinelle del mondo di passare da una situazione contrassegnata dalla precarietà, dal dubbio su se stessi e dalla loro trasmissione a un nuovo modo di stare al mondo, meticciato e aperto. Per métissage intendo in questo caso il prodotto della duplice trasmissione parentale e sociale, una trasmissione complessa e a volte violenta, doppiamente violenta con rotture e conflitti” (Moro, 2007).

 

Qui vicino o altrove, sostiene Moro, le domande, i dolori e i bisogni dei bambini, hanno la stessa natura. Qui e altrove, l’importante, ed è probabilmente la parte più difficile, è continuare a sforzarsi, a ogni costo, di vederli come sono, di lasciarli vivere come bambini, di insegnare loro quando sono in grado di imparare, di lasciarli giocare e sognare.

Moro sottolinea la “generosità” della professione dello psichiatra infantile, «la cui funzione primaria è rianimare i bambini, le famiglie, i genitori che si pongono delle domande o che soffrono, in una clinica di piccolezze e incontri» (ivi). In una clinica che cura la relazione e il legame, Moro individua come funzione primaria dello psichiatra infantile, la rianimazione di bambini e genitori. Questa specificità può a mio parere essere estesa a tutti coloro che, a diverso titolo e nei diversi campi, si occupano di bambini e di adolescenti.

 

Oltre l’epicopione, per una rinnovata cassetta degli attrezzi

Si delinea dunque la necessità di una rivisitazione e di un rinnovamento della cassetta degli attrezzi di chi lavora con i bambini e con gli adolescenti. L’attenzione al sociale è chiamata in causa, così come la capacità intuitiva di cui Berne ha parlato sin dagli inizi, rafforzate da un atteggiamento di vigilanza e recettività. Ricorrendo alle suggestioni marine, evidentemente evocative anche per lui, in un saggio del ‘49 dice:

 

“Stando sulla piccola isola dell’intelletto, molti di noi tentano di capire il mare della vita, ma al massimo possono capire solo i relitti galleggianti, la flora e la fauna che sono gettati sulle spiagge. Usare un microscopio verbale o meccanico per osservare ciò che troviamo non ci aiuterà molto a sapere ciò che c’è oltre l’orizzonte o nel profondo. Perciò dobbiamo nuotare o immergerci, anche se la prospettiva ci sgomenta” (Berne, 1949).

 

Adulti competenti, garanti convincenti, testimoni, in grado di rianimare, in grado di nuotare e di immergersi nel mare della vita, queste sono le caratteristiche che stanno emergendo via via dai contributi visitati in questo testo, e che sono richieste a chi si occupa di età evolutiva.

 

Conclusioni: eventi, contesto e creatività

“Diventa sempre più difficile dividere con un taglio netto psiche e mondo, soggetto e oggetto, qui dentro e là fuori. Non so più con certezza se la psiche è dentro di me o se io sono nella psiche come sono nei miei sogni, nelle atmosfere del paesaggio e nelle strade della città, come sono nella «musica sentita così intimamente/da non sentirla affatto, ma finché essa dura,/tu sei la musica». Dove finisce l’ambiente e dove incomincio io, e anzi come posso cominciare, senza essere in un qualche luogo, coinvolto intimamente e nutrito dalla natura del mondo?” (Hillman, 1997).

 

English è consapevole delle interazioni tra individuo ed eventi, tra mondo esterno e mondo interno. Narrando la storia di Odisseo, pone l’attenzione più volte sugli intrecci tra contesto e formazione del copione, aspetti sottostanti a ogni riflessione sul fare Analisi Transazionale con i bambini e gli adolescenti.

 

“Noi non siamo in grado di anticipare il nostro destino, non ci è dato di scegliere la famiglia e la comunità della nostra nascita o gli eventi mondiali, le guerre, le carestie, i genocidi, che potrebbero/possono influenzare decisamente le nostre scelte. Chi di noi è nato sotto buona stella potrà completare gli obiettivi del suo copione nella misura in cui le variabili dell’evoluzione, della società e le proprie attitudini, tendenze e bisogni lo consentiranno” (English, 2010).

 

Quella attuale non è la prima grave crisi che l’Europa attraversa, Freud e i primi psicanalisti hanno elaborato le loro teorie in tempi di guerra, in un clima drammaticamente appesantito dalla diffusione del nazismo. L’Analisi Transazionale stessa ha avuto origine dalle riflessioni del suo fondatore sul suo lavoro con i reduci di guerra. Berne era ebreo, ha modificato il suo cognome, che era Bernstein, e da piccolo si è misurato con la fatica della diversità. Fanita English, con un diploma di laurea consegnato nel rifugio antiaereo della Sorbona, è partita per gli Stati Uniti da profuga, attraversando un Atlantico «pieno di mine». Vite, pensieri e teorie che affondano le loro radici in tempi di grave crisi.

Un interessante documento sull’universale tema dell’intreccio tra anime e tempi, tra creatività e sofferenza, è costituito dal carteggio tra Anna Freud e Lou Salomé, pubblicato con il titolo Legami e libertà (2012). Dalle lettere che le due pioniere della psicoanalisi si scrivono, tra il 1922 e il 1937, emerge il ritratto di una Germania fiaccata dalle ristrettezze economiche e dal nazismo. Su questo sfondo nasce un nuovo modo di vedere il lavoro analitico, non più confinato alla patologia, ma aperto alla comprensione della normalità e alla costruzione di una vita psichica autonoma, ricca di pulsioni, sogni e fantasie, una teoria che nasce nella crisi e dalla crisi.

Nell’introdurre alla lettura del carteggio, Francesca Molfino sottolinea come

 

“l’accenno alla guerra e alle condizioni di vita di quegli anni è necessario perché troppo spesso non ricordiamo e non capiamo quanto la nascente psicanalisi, sia come teoria che come tecnica, fosse legata a quella temperie storica, a quella cultura, alla morte sempre dietro l’angolo. Nei diversi epistolari, e in particolare nelle lettere tra Lou Andreas Salomé e Anna Freud, colpisce quanto gli individui, i bambini in particolare, fossero esposti a gravi malattie, a continue privazioni, a morti precoci e avessero sviluppato una forte consapevolezza della propria fragilità e un senso di impotenza rispetto agli eventi ingovernabili dell’esistenza. […] Vita e psicoanalisi erano intrecciate perché si alimentavano a vicenda, perché dall’esperienza quotidiana si andava creando un nuovo modo di intendere l’individuo, che poi ha totalmente cambiato la concezione dell’essere umano” (Molfino, 2012).

 

Vita e teoria sono connesse, e in questo intreccio, spesso drammatico, la resilienza e l’energia vitale trovano nuovi impulsi creativi, nuove strade per pensare l’esistenza diversamente, pur nella consapevolezza del limite. Sono temi che attraversano i tempi, sono gli scenari interni ed esterni delle storie individuali e collettive. Chi si occupa di bambini sa che nelle situazioni di crisi, è essenziale la capacità degli adulti di metabolizzare gli eventi “per” i bambini e “insieme a loro”, e sa anche che le crisi, endogene ed esogene, possono diventare crescita.

Nella testimonianza a più voci citata, Paura del futuro (2005), il lavoro di Silvia Morici, “Clinica psicoanalitica infantile in un contesto gruppale”, ricorda che, secondo la psicoanalisi,

 

“tutto lo sviluppo dell’Umano avviene a partire da crisi. Abbiamo tutti familiarità con le crisi endogene, attraverso le quali l’essere umano costruisce il proprio apparato psichico, cresce e sviluppa […]. I cambiamenti, anche se considerevoli e rapidi, sono passibili di un destino favorevole, il che lascia intuire la presenza nel soggetto di un dispositivo capace di avvicinarlo alla vita, allo sviluppo, alla crescita. Ovviamente, la letteratura psicoanalitica non ha risolto la perdita implicita in ogni crisi. Ma, segnalando il paradosso intrinseco alla costruzione dell’apparato psichico, in cui il movimento di beneficio implica quello di perdita, conferisce a questa perdita un valore strutturante. Per accedere all’Oggetto bisogna perderlo, per accedere alla simbolizzazione bisogna perdere l’illusione, per accedere a una nuova tappa, bisogna perdere la precedente” (Morici, 2005).

 

Sta a noi sostenere la spinta creativa delle nuove generazioni, che troveranno modi innovativi per percorsi sconosciuti, e che ora «rivendicano lo statuto di una meta-speranza che rende (renderà, si vorrebbe rendesse) possibile l’atto audace di sperare» (Bauman, 2011) e di godere delle sfide e dei piaceri dell’esistenza.

«È il copione a sostenere Ulisse offrendogli scopi e mete, ma Ulisse è assolutamente presente e vivo e vitale nel qui e ora, in grado di affrontare prove impreviste e di sperimentare eccitamento e piacere. Allo stesso modo, noi, nel momento in cui ci muoviamo attraverso la vita, possiamo ottenere supporto dal nostro copione nei momenti difficili e anche godere delle sfide e dei piaceri dell’esistenza» (English, 2010).

 

 

* Nella teoria di English, il bambino elabora le «conclusioni di sopravvivenza» per proteggersi e per sopravvivere nel suo ambiente basandosi sui messaggi che gli arrivano dal suo contesto di vita. Le «conclusioni di sopravvivenza» operano nel corso dell’esistenza con un potere simile ai riflessi incondizionati o alle reazioni di sopravvivenza istintive degli animali. Da adulti, alcuni restano gravati da arcaiche conclusioni, sommamente utili nell’infanzia, ma potenzialmente limitanti e dannose nel procedere della vita (English, 1977-1988).

 

 

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