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ARTICOLO Cristina Capoferri: Fare Analisi Transazionale con i genitori

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di Cristina Capoferri

Per gentile concessione della direzione della rivista di Neopsiche, riportiamo qui l’articolo di Cristina Capoferri (2010) “Fare Analisi Transazionale con i genitori”, pubblicato in Neopsiche Rivista di Psicologia e Scienze Umane n. 9, 2010.

 

FARE ANALISI TRANSAZIONALE CON I GENITORI

 

Cristina Capoferri

 

 

Abstract

 

L’articolo analizza le difficoltà delle madri e dei padri oggi. Propone alcune ipotesi di intervento per il sostegno e il ripristino delle funzioni genitoriali.

 

 

Premessa

 

I bambini ci parlano a modo loro, con i disegni per esempio. “Ascoltiamone” alcuni, ci raccontano la famiglia.

 

Alda, ha sei anni, ne disegna una di animali, papà, mamma e figlia (fig.1).

 

Arturo, ha dieci anni, rappresenta così la sua famiglia: procedendo da sinistra verso destra, il primo, il più alto, è lui, la sorellina è al suo fianco, la mamma è la terza, il papà è l’ultimo (fig.2).

 

Agnese, ha otto anni, disegna la mamma, il papà, sé stessa e la sua sorellina nel camper (fig.3).

 

Nell’unicità e nella singolarità di queste testimonianze, notiamo delle affinità, delle caratteristiche comuni: le persone sono indifferenziate, sproporzionate rispetto all’età e ai ruoli, fluttuanti. E’ un fenomeno che osserviamo sempre più frequentemente nei disegni dei bambini che vengono in analisi, e che ci interroga, ci chiede che cosa stia succedendo nelle famiglie.

 

Genitori in crisi

 

I genitori che si rivolgono al terapeuta infantile oggi, portano situazioni individuali e familiari sempre più complesse e diversificate. Quando hanno un progetto educativo chiaro e una buona rete di sostegno intorno, ma stanno attraversando un momento faticoso nella relazione con il figlio, hanno solo bisogno di un percorso per ripristinare le loro competenze e la fiducia in sé. Ci sono invece mamme e papà, sempre più numerosi, che hanno notevoli difficoltà, e sarà di loro che ci occuperemo in questo contributo.

 

Diverse sono le ipotesi avanzate negli ultimi anni da chi si occupa di bambini e famiglie, circa la crisi della genitorialità. Citiamo Agosta (2010), che facendo riferimento al Rapporto 2006, L’eccezionale quotidiano, sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia, sottolinea come, accanto a una nuova sensibilità, si faccia strada oggi un rischio: il bambino viene visto come un prodotto e un prolungamento dell’adulto. Le tappe della sua crescita vengono anticipate per fargli acquisire sempre più precocemente le competenze ritenute utili per l’affermazione sociale. Il genitore non è tanto teso al compito di educare, ex-ducere, tirare fuori da sé, quanto piuttosto a sedurre, ad attirare il bambino a sé se-ducere, a compiacerlo, a saturare e prevenire ogni bisogno, spesso iperstimolandolo, complice in questo la società dei consumi.

 

Michael Winterhoff (2008) osserva che i genitori trattano i loro figli alla pari, provocando una progressiva caduta dei confini generazionali. Individua come disturbi della relazione tra adulti e bambini, la parità, la proiezione e la simbiosi. Nonostante tutti i problemi di sviluppo che la parità e la proiezione possono comportare, Winterhoff ritiene che esse continuino ad avere una caratteristica positiva comune: genitori e figli sono ancora individui separati, e i bambini percepiscono gli altri esseri umani come persone. “La fase psichica in cui sono bloccati nell’ambito della parità e che dirige il loro comportamento anche in età maggiore è quella dell’onnipotenza infantile. Il bambino si sente «il più grande», «il migliore», «il più bello» e via dicendo. Non è in grado di comprendere che, all’interno di una relazione funzionale, bisogna essere pronti al conflitto e sostenere un atteggiamento di rifiuto da parte degli altri. In un rapporto di proiezione, queste funzioni non vengono più educate, ma il bambino riconosce ancora nell’adulto «l’altro» (…) Sul piano paritario, i comportamenti infantili sbagliati vengono discussi dettagliatamente dai genitori, e anche nella proiezione vengono ancora percepiti. In entrambi i casi però non vengono più rispecchiati in modo coerente né corretti. Al terzo livello dei disturbi relazionali, la simbiosi, viene soppressa la percezione del bambino in quanto tale. Si giunge a fondere la psiche adulta con quella infantile e così a bloccare il bambino in una fase di sviluppo psichico ancora anteriore.” (Winterhoff, 2008)

Noi analisti transazionali, aggiungiamo che il figlio non viene visto per quello che è, una piccola persona che ha necessità del permesso di essere bambino, di avere l’età che ha, di crescere (Romanini 1997). I suoi bisogni vengono confusi con quelli dello Stato dell’Io Bambino del genitore.

 

Dobbiamo anche considerare che, oltre al funzionamento psichico individuale, partecipano alla costruzione della funzione genitoriale aspetti sociali e culturali, che hanno “una funzione preventiva, in quanto permettono di prospettare in anticipo come diventare genitori e, se necessario, dare un senso alle trasformazioni quotidiane della relazione genitori-figli e prevenire l’insorgere di una sofferenza.” (Moro, Neuman, Réal, 2008). Ma oggi, essendo venuto meno il sostegno comunitario (Bauman, 2008), manca quello scambio che potrebbe veicolare saperi e solidarietà tra genitori, i legami sono mutevoli, la “vita liquida” è precaria, vissuta in condizioni di incertezza. Le mamme e i papà sono soli nella difficoltà, non hanno più reti dentro cui possano sentirsi rassicurati e competenti. Sono fragili, hanno paura del conflitto col figlio, non riescono a contenerlo, e a loro volta non sono sostenuti.

 

Le nuove domande

 

Dei tre disturbi relazionali individuati da Winterhoff, analizzeremo qui la parità.

 

Devo dire qualcosa a mia figlia sulla scelta della scuola superiore? Chiede un padre.

 

Ho incontrato mio figlio e la sua ragazza sul tram…Non sapevo che cosa fare, l’ho salutato e sono rimasto seduto con i miei amici, così racconta un altro.

 

Io al mattino a colazione mangio il ghiacciolo (Lucia, 7 anni). Davanti al mio evidente stupore mi spiega: “E’estate!”. E’ lei decide la sua alimentazione, con i suoi criteri di bambina.

 

Un’insegnante della scuola primaria chiede una consulenza perché nella sua classe, una prima, sette bambini su dieci al mattino fanno colazione con il biberon: E’ più veloce, si evitano discussioni- le spiegano le mamme.

 

Si sta perdendo l’asimmetria nel rapporto. I racconti degli episodi della vita quotidiana, fanno ipotizzare un potere dei bambini che non viene contenuto e ridimensionato. “Quando un adulto interagisce con un bambino si stabilisce tra i due un rapporto fisiologicamente asimmetrico (tanto più asimmetrico quanto più il legame che unisce i due è di intimità): il rapporto tra un «grande» e un «piccolo».” (Romanini, 1997b)

L’adulto, sottolinea Romanini, non è solo il polo portante del rapporto con i bambino ma, per il solo fatto di essere adulto, costituisce per lui una figura identificatoria.

 

Agnese ha dodici anni, e arriva in seduta con aria misteriosa. “Devo dirti una cosa”. Toglie con attenzione una sigaretta dallo zainetto. “E’ la mia prima sigaretta, posso fumarla qui?”. So che l’ha accompagnata il padre e le chiedo che cosa ne pensi lui. “Mi ha detto di valutare io e, se voglio, di parlarne con te.”

 

Questo papà si ritira precocemente dal ruolo di «grande», di « polo portante», lascia la decisione alla figlia, affidando a me il compito di affrontare il problema. Io le illustro il mio pensiero circa il fumare alla sua età e le dico che no, lei non deve farlo. Agnese con sollievo si avvicina al cestino della spazzatura, e con un gesto solenne vi butta la sigaretta.

 

Affronterò nei successivi incontri con i genitori ciò che la figlia ha portato con questo episodio: che cosa chiede ai genitori? Qual è la sua vera domanda?

 

Questa simmetria nel rapporto, finisce a volte per cancellare la percezione dei bisogni del figlio in funzione della sua età, ovvero, della sua realtà effettiva. “Sempre più spesso, infatti, vediamo genitori che chiedono un consulto per bambini anche molto piccoli, fra i due e i quattro anni, che vengono descritti come tirannici, violenti e indomabili. Questi genitori si stupiscono di non riuscire a convincere razionalmente i propri figli ad accettare, quasi per contratto, i limiti che cercano di imporre loro. Trattano il bambino come un loro pari-un altro simmetrico- che occorre persuadere e con il quale bisogna evitare a ogni costo di entrare in conflitto. Questa difficoltà dei genitori ad assumere una posizione di autorità rassicurante e ‘contenitiva’ lascia il bambino solo di fronte alle proprie pulsioni e all’ansia che ne deriva. Il rapporto tra genitori e figlio diventa teso, ansioso, e la vita famigliare si trasforma in uno psicodramma permanente.” (Benasayag-Schmit, 2003)

 

Verso una psicoterapia sociale: l’intervento con l’ Analisi Transazionale

 

Alla luce di questi nuovi bisogni, nel lavoro con il bambino l’analista transazionale rivisita e vivifica l’idea di “sociale”, un concetto che Berne riteneva importante, tanto da inserirlo nel sottotitolo del testo, Analisi Transazionale e Psicoterapia- Un sistema di psichiatria sociale e individuale. “Berne usa il termine ‘sociale’ per indicare l’ambiente che ci è immediatamente circostante, enfatizza l’’Io’ e il ‘Tu’, cioè un individuo in transazione con un altro o all’interno di un gruppo. Anche se Berne creò l’AT come terapia di gruppo, lavorò più con individui nel gruppo, e con individui attraverso il gruppo piuttosto che col gruppo in quanto gruppo.” (Tudor, 2008)

 

Nel setting viene valorizzato quest’ultimo aspetto sottolineato da Tudor, perché si lavora con l’ambiente di vita del bambino, con la “rete” di adulti a lui vicini. E’ una scelta che trova conferma nel pensiero di Romanini (1997c): tutta la vita umana è vita in un gruppo, e l'Analisi Transazionale legge la persona sana come un tutto unico col mondo culturale di cui è parte, definendola come "essere in relazione" o, anzi, come un "crescere in relazione".

 

“La vita in autonomia è, nella lettura analitico transazionale, l’aspetto affettivo, cognitivo, libero di ogni esperienza umana; in definitiva è ‘vita in attaccamento’ (Boyd e Boyd, 1980; H.D.Johns, 1988; Montuschi, 1990; Romanini, 1995). Secondo il manifesto dell’Analisi Transazionale essa è comunque sempre presente, almeno in modo virtuale, in ogni individuo e in ogni età della vita. (…)

La teoria dell’attaccamento applicata alla teoria antropologica dell’Analisi Transazionale della autonomia, definisce condizione fisiologica umana la soddisfazione del bisogno primario innato nel rapporto paritario reciproco di accettazione e di riconoscimento completi; la persona è, particolarmente nell’età adulta, legata ai suoi simili e può divenire davvero se stessa solo nell’accettare e vivere in prima persona la stretta di mano che unisce una generazione all’altra e insieme unisce in un’unica catena coloro che formano ogni generazione. “ (Romanini, 1997c)

 

La metafora della stretta di mano che unisce le generazioni, ben si addice al lavoro con il bambino. E’ una stretta che lo incoraggia, che lo sostiene, che lo accompagna, che gli rende più agevole il cammino verso la crescita. Se gli adulti lo pensano, il piccolo si sente accolto e sa di poter crescere.

 

Il “noi” nella terapia con il bambino

 

Il “noi” nell’analisi infantile è un elemento fondante del percorso terapeutico. Il piccolo non è mai preso in carico da solo. Qualunque sia la scelta operativa relativa al setting, la relazione io-tu , non può prescindere dall’alleanza noi per lui, noi con lui. “Ogni bambino è un gruppo” (Munari Poda, 1999), con il quale l’analista lavora.

 

Gli incontri del terapeuta con i genitori e con gli adulti di riferimento, non sono solo finalizzati all’assestment, all’informazione e alla “restituzione”, ma sono crescita ed evoluzione, all’interno di un percorso contrattuale. La sinergia che si sviluppa in questi momenti è trasformativa, gli adulti costruiscono e mantengono le alleanze e quindi crescono, e di questo crescere il bambino si nutre.

 

Nella psicoterapia con l’adulto, i messaggi genitoriali analizzati sono antichi, mentre , in quella con il bambino sono recenti e ancora in atto, il copione è in formazione, “ogni terapeuta ha di fronte, di fatto, a turno oppure in blocco, l’intera famiglia, il padre, la madre, i fratelli, i nonni, gli zii (ma anche gli insegnanti, gli allenatori sportivi, i capi scout…) insomma le figure genitoriali di quel particolare bambino.

 

Per ciascuno diverse, esse possono essere rievocate ufficialmente, citate letteralmente, occasionalmente rivisitate; sono comunque presenti negli ordini, nelle ingiunzioni che il bambino utilizza nella creazione delle sue storie e agisce nel gioco, e che sono parte integrante del suo progetto esistenziale. Così il terapeuta dei bambini diventa in qualche misura testimone del gruppo famiglia e talora indirettamente suo ‘terapeuta’ (se attribuiamo al termine il senso di ‘elemento trasformativo’) e se ‘therapia’ è (anche) attenzione, accudimento, cura.” (Munari Poda, 1999)

 

L’analista infantile è non solo indirettamente “terapeuta” e “testimone” di figure rievocate, ma lavora anche concretamente con loro. Crea quindi la possibilità di modificare i messaggi “in corso d’opera”.

 

La metodologia

 

Nella stanza dell’analisi si incontra dunque sempre un piccolo gruppo, costituito dal terapeuta e dai genitori, e spesso un grande gruppo, quando si aggiungono gli insegnanti, i terapisti, gli educatori. Il primo passo, in ogni caso, è la condivisione di un contratto, un intervento efficace, poiché favorisce nuove alleanze tra gli Stati dell’Io Adulto e fa ripartire il pensiero bloccato dall’ansia e dalla preoccupazione.

In questa fase ciascuno mette in circolo le proprie competenze e le proprie osservazioni. Il flusso di informazioni che ne scaturisce decontamina e depatologizza: “Non succede solo al mio bambino”,

 

“I suoi problemi sono analoghi a quelli di altri, ce la si può fare”.

 

Si apre un nuovo spazio progettuale: dal “bambino problema” si può accedere al “bambino da scoprire”. (Munari Poda, 2003) Questo significa che egli è preso in carico, ma non “consegnato”: nessuno si sostituisce ai genitori, che fanno un percorso alla ricerca del figlio.

 

Nel gruppo si condividono obiettivi, si distribuiscono incarichi, si definiscono ruoli e competenze, si avvia un’Alleanza Terapeutica Collettiva (Munari Poda 1999, 2003).

 

In questo clima nascono nuove idee, scaturiscono proposte dinamiche e creative. Il contratto che ne consegue, è flessibile, sostiene e contiene la plasticità del percorso. Valorizza il ruolo dei genitori, perché ne conferma “la centralità e l’importanza nella relazione con il figlio, comporta, infine, minori probabilità di dar luogo a fenomeni di conflittualità competitiva sul ruolo genitoriale.“(Lambruschi, 2004)

 

Nel corso del processo contrattuale, si verifica un passaggio significativo. Dall’attivazione dell’Adulto del gruppo, si passa alla rienergizzazione del Genitore Nutritivo e Normativo Positivo, che assicura permessi, fiducia e sicurezza, e che sottolinea i punti forti dell’atteggiamento educativo dei presenti, che ha nuovi sguardi sul bambino e sugli adulti. Nasce un Genitore di gruppo, il Genitore Collettivo.

 

Nascita del Genitore Collettivo

 

Stiamo parlando di un processo che comincia con la richiesta di un adulto, prosegue con il riconoscimento e il coinvolgimento dei singoli partecipanti alla scena, ognuno con il suo modo di essere nel mondo, con le sue ansie e con le sue paure. Procede su un piano Adulto-Adulto, dove circolano informazioni e si mettono in campo competenze e progetti.

 

Il terapeuta in questa fase, sollecita maieuticamente il Genitore dei presenti, concorda le collaborazioni delle diverse istanze genitoriali, con le quali stabilisce le operazioni e i passi necessari. Essendo il custode della storia del gruppo, restituisce il senso del lavoro, convalida e testimonia la nascita del Genitore Collettivo, che è il risultato dell’attivazione del Genitore di tutti. E’una sorta di Meta-Genitore che va al di là delle culture e delle appartenenze, perché propone uno scopo comune, un pensiero condivisibile, un valore per tutti: un futuro buono per il bambino.

 

Il Genitore Collettivo è assunzione consapevole di una genitorialità attiva, che si occupa di quei bambini che vengono da realtà diverse e lontane, e di quelli che vivono la complessità esistenziale delle famiglie del nostro tempo. Fornisce ai genitori quel sostegno, quella cintura protettiva che il tessuto sociale oggi, qui, non offre più. Ascolta, orienta e contiene lo Stato dell’Io Bambino confuso e spaventato degli adulti, ma è attento anche a salvarne la parte vivace e creativa, quella che intuisce e che può entrare con leggerezza in contatto con il bambino. “Recuperare il senso del gioco e della fantasia è ciò che rende vivo e vitale ognuno di noi adulti, è proprio ciò che può alimentare il recupero di senso nella vita e nel futuro.” (Agosta, 2010)

La genitorialità interiore

 

Il Genitore Collettivo, che nasce dall’attivazione dello Stato dell’Io Genitore di tutti, a sua volta è stimolo, sostegno e nutrimento per le funzioni della genitorialità interiore dei singoli. Negli incontri periodici si parla del bambino, lo si racconta. Mamme e papà affinano la capacità di osservarlo, lo guardano con occhi nuovi. Riaccendono la loro rêverie e si danno il permesso di essere i protagonisti del miglioramento del rapporto con lui, diventano più consapevoli della necessità di imparare a tollerare l’incertezza. Sono aspetti che Vallino analizza nel testo Fare psicanalisi con genitori e bambini (2009), “Sovente l’efficacia della consultazione consiste nel far fronte alle precipitose richieste da parte dei genitori giovani e ansiosi di avere consigli: è richiesto all’analista di evitare accuratamente di dare consigli per chiedere invece di guardare il bambino, tenendo conto dei suoi apprendimenti e della sua gioia. Bion ci ha parlato della capacità negativa come uno stato mentale di tolleranza a ciò che è ignoto, sia per il paziente che per l’analista. Per me è prima di tutto una condizione di pazienza verso le imprudenze ansiose di questi genitori (…).” (Vallino, 2009)

 

Le osservazioni del bambino nel suo ambiente di vita, a casa, a scuola, vengono stimolate e indirizzate dal terapeuta. Quando è piacevole stare con lui? Come ve ne accorgete? Che cosa ha di bello questo bambino? Emergono racconti, aneddoti antichi e recenti, eventi dimenticati che rischiarano e scaldano il clima. Il figlio-problema, diventa persona sensibile, affettuosa, empatica, attenta. Il terapeuta guida questo viaggio, in modo che il genitore veda anche sé stesso, i suoi atteggiamenti, le sue modalità relazionali. Una sorta di Infant Observation non praticata, ma raccontata: il terapeuta non è lì, in famiglia, ma chiede di esserci, entra delicatamente in casa. A volte accade: improvvisamente lo vedono, visualizzano il loro bambino, un ricordo, un flash, un’intuizione.

 

Come sempre la letteratura ci racconta la vita, in Bambini e cani (Il tempo dei bambini, 2010) Hay descrive che cosa può capitare a una mamma, all’improvviso.

 

“Poi una mattina, mentre c’era silenzio e io tornavo da una visita medica, mentre stavo aprendo la credenza per prendere una tazzina e la luce del mattino inondava la cucina, visualizzai la sua vita: ogni giorno avanti e indietro dalla scuola, la giacca che aveva bisogno di essere lavata e gli sarebbe andata bene per un altro anno, gli stivali che gli avevo comprato più grandi di un numero perché durassero, il berretto di lana con il pompon che necessitava di qualche rammendo, il ciclo infinito e incostante dell’apprendimento, gli intervalli per fare una pausa e pranzare, gli attacchi di fame dopo la scuola, quando trangugiava tutto insieme, mela, formaggio, biscotti, cacao, gli avanzi del suo panino, craker. E la sua straordinaria memoria per le poesie, per le conversazioni, la gente, i fatti, il suo attaccamento viscerale al suo papà, il suo attaccamento conflittuale alla sorella, la sua rapida crescita, i suoi teneri buonanotte e i suoi energici buongiorno, il suono delle pagine voltate in camera sua, il suo girare come una trottola in sala, le sue battute, la sua improvvisa timidezza. Ero in piedi in cucina e lo vedevo, preso in questo spazio, una parte del nostro piccolo mondo. Era sopravvissuto a nove anni di notti spezzate e giorni difficili. Era già vissuto più del mio cane. Questa stessa luce stava entrando dalla finestra della sua aula a scuola, e raggiungeva il banco dove sedeva lui, non senza irrequietezza, non senza amici, eppure ancora da solo, come ero io. Per un attimo la vita rallentava e in un modo strano, inspiegabile, profondo, si espandeva a includere lui e ogni cosa che lo riguardava nella sua ampia, fluida luce”. (Hay, 2008)

Ci sono altre funzioni della genitorialità “sufficientemente buona”, risvegliate e sostenute dal Genitore Collettivo, prima di tutto l’holding, psicologico e fisico, che pur specifico della preoccupazione materna primaria ai tempi della nascita, continua ad essere importante per tutta la vita. I genitori stessi lo sperimentano nel setting del gruppo (Winnicott, 1954).

 

In secondo luogo, viene stimolata la capacità di mentalizzazione o funzione riflessiva. Il figlio è vissuto come individuo che esperisce in prima persona un mondo di intenzioni e sentimenti, “La funzione di mentalizzazione si riferisce genericamente alla capacità dei genitori di considerare il figlio come una persona separata, con mente e sentimenti propri, e di interpretare i suoi comportamenti come tentativi di comunicare questi sentimenti. (…) I genitori che sono in grado di comprendere la relazione che si sta sviluppando con il bambino, in termini di sentimenti, credenze e intenzioni, ovvero in termini di stati mentali che sottendono il comportamento, sono maggiormente capaci di rivolgersi al figlio come individuo che esperisce in prima persona un mondo di intenzioni e sentimenti (Fonagy et al., 1991 b, 1997). La ‘funzione riflessiva’ dei genitori o il loro ‘approccio mentalizzante’, espresso nel modo in cui riflettono sulle esperienze interne del bambino, sono proprietà strettamente associate allo sviluppo di un attaccamento sicuro, anche in circostanze ambientali sfavorevoli (Fonagy et al., 1991b).” (Baradon, 2005)

 

I genitori sviluppano inoltre l’abilità di rispecchiare le esperienze emotive, “strumento importante perché il bambino impari a conoscere i propri sentimenti e le proprie emozioni” (Winnicott 1971). Grazie alla funzione di scaffolding, lo aiutano a riconoscere e tollerare una vasta gamma di stati emotivi. E’ questa una capacità che “implica le operazioni di riconoscimento, contenimento, delucidazione, e amplificazione delle esperienze motorie, mentali ed emotive del bambino, procedure che gli permettono di vivere un’ampia gamma di stati mentali senza esserne sopraffatto e senza doverne inibire l’esperienza in futuro, perché troppo opprimente” (Baradon, 2005).

 

Con l’esplorazione,la scoperta e lo sviluppo di queste capacità, il genitore si sente più competente, comincia a tollerare e a riparare gli alti e i bassi dell’interazione, e soprattutto impara l’arte della separazione, a saper distinguere i bisogni del figlio da quelli del proprio Stato dell’Io Bambino, è in condizione di dare nutrimento, riconoscimenti e permessi.

 

Il Bambino del genitore nella terapia del figlio

 

Quando i genitori stanno attraversando un periodo transitorio di incertezze e fragilità relative al loro ruolo, e le paure sono riferite al qui ed ora di una fase evolutiva, traggono beneficio dagli incontri periodici con il terapeuta del bambino. Quando invece i loro bisogni arcaici premono, e i conflitti antichi sono irrisolti, gli viene dato il tempo per ascoltarli, per farsene carico e decidere di occuparsene. Di quella che in Analisi Transazionale viene individuata come la fase della deconfusione, e cioè l’identificazione e il trattamento dei bisogni inespressi profondi dello Stato dell’Io Bambino, se ne occuperà un altro terapeuta. Lo spazio del figlio è così salvaguardato e si può continuare a lavorare sul sostegno al suo percorso, sul rapporto con lui.

 

“…ho l’impressione che una madre che chiede valutazione, consigli e sostegno per il suo bambino può imparare ad occuparsi del suo piccolo interessandosi alla personalità di lui, mentre non è scontato che sia pronta a lavorare in senso psicoanalitico sulla propria vita, i propri sentimenti, il proprio passato trans generazionale. (…) I genitori, col divenire ‘osservatori partecipi’ della relazione tra sé e il figlio, diverranno capaci di cogliere del loro bambino quella sensibilità e capacità mentale che permetterà loro di essere, con l’analista, i protagonisti di un approfondimento psicoanalitico”.(Vallino, 2009)

 

Le fasi del percorso

 

Le fasi strategiche caratterizzanti il trattamento analitico transazionale, rivisitate e adattate, sono trasferibili anche nel lavoro con i genitori. Come abbiamo visto, con la condivisione di un contratto si avvia un’Alleanza Terapeutica Collettiva, in un clima depatologizzante e con effetti di decontaminazione. La genitorizzazione va a caratterizzare la fase intermedia del percorso, con il dispositivo del Genitore Collettivo e con il sostegno alle funzioni genitoriali interiori. Il riapprendimento conseguente, vede mamme e papà riconoscersi delle competenze e diventare attivi e protagonisti nella ricerca di opzioni per migliorare il rapporto con il bambino.

 

Da sempre, una fase specifica del lavoro del’analista transazionale infantile, è connotata dalla tessitura e dal rammendo di collaborazioni e di legami interrotti o fragili. Questo comporta aprire la Stanza dei bambini, come sempre, più di sempre, e andare nelle scuole, più di prima, per ripristinare le competenze genitoriali del territorio. L’analista transazionale ha gli strumenti per far incontrare le persone, per intervenire, per offrire occasioni, strumenti, modelli, per creare legami.

 

Il Genitore Collettivo a livello macro-sociale

 

Le considerazioni relative all’intervento nella stanza dell’analisi e nell’ambiente del bambino, possono essere utilizzate a livello più ampio. Già negli anni ‘90 Maria Teresa Romanini sottolineava l’importanza della Famiglia Sociale, vista come “un associarsi che non porti, al di là del superamento della solitudine esistenziale, altri vantaggi a chi vi si impegna, che l’incontro con gli altri a cui l’aiuto è rivolto (…) Una famiglia sociale che ‘guadagni’, dalla nuova coesione, una più completa conoscenza di sé e la forza per una nuova ancora impensabile età evolutiva.”(Romanini, 1989) In questa direzione oggi abbiamo dei vuoti da riempire, nel nostro copione culturale la Genitorialità Sociale latita, abbiamo dimenticato che “una cultura si evolve attraverso la capacità di allevare bambini, che sono il nostro presente e il nostro domani. Una società che voglia essere madre, non può che curare e sostenere mamme e bambini, e il loro legame, come consolidamento per il futuro” (Bisagni, 2008)

 

Assumersi la responsabilità di una genitorialità condivisa, avere una rêverie sociale verso il bambino, costruire legami, sono le aree grigie, le zone da vivificare oggi, oltre alla necessità di creare pensiero, e luoghi di pensiero, sul benessere del bambino.

 

“Viviamo in un’epoca caratterizzata da profondi mutamenti socio-culturali. Mutamenti che, per la rapidità con la quale si realizzano, non sempre trovano adeguata assimilazione.

 

Le conseguenze di tali mutamenti, anche per la velocità con cui si realizzano, spesso non vengono fatte oggetto di un adeguato pensiero riflessivo e possono sfuggire alla mente dell’individuo. Si tratta di conseguenze che, tuttavia, proprio perché prive di un tempo di elaborazione, diventano, talvolta, fonte di malessere tanto per l’adulto quanto per il bambino” (Vianello, 2010)

Il lavoro presentato, costituisce un’ipotesi di percorso, è una proposta che parte dal micro-ambiente del bambino e che può arrivare a mutamenti più ampi, poiché “ogni singolo piccolo risultato ha per noi un senso importante, di speranza che a loro volta i singoli portino nelle loro relazioni un nuovo senso alla vita ed ai legami.

 

Finché ci sarà qualcuno che opera per recuperare tale integrazione, il movimento verso la speranza sarà sempre possibile (...). Impegno ed atteggiamento previdente da un lato –la responsabilità adulta- e il preservare e coltivare un’area di godimento e di leggerezza del vivere, dall’altro lato, possono consentire un cambiamento di rotta, di recupero della speranza.

 

Per dare a noi stessi e ai bambini il senso di una possibilità e di una qualità di futuro” (Agosta, 2010)

 

 

Bibliografia

 

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Winterhoff M., (2008), Figli o tiranni?, TEA, Milano 2010.

 

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